Pompeii

PompeiUno sguardo anche fugace alla pianta fa cogliere con immediatezza un dato fondamentale: Pompei non è nata, come Ercolano o Napoli antica, da un disegno organico di urbanisti. Nel regolare tessuto urbano appaiono due nuclei atipici, quello a forma dirozzo quadrilatero intorno al "foro civile" e quello del minuscolo "foro triangolare" adiacente al quartiere dei teatri, cui tutto il resto si raccorda con aspetto di "città nuova" in una poderosa cerchia di mura.

In tale osservazione si nasconde il segreto della nascita e dello sviluppo di Pompei, il cui porto alla foce del fiume Sarno mostra fin dalla protostoria la sua vocazione mediterranea rispetto a un vasto retroterra in cui più tardi, come attesta Io storico antico Strabone, saranno comprese le città di Acerra, NoIa, Nocera. Su una colata di lava preistorica Pompei nasce nella seconda metà del VII secolo a.C. con uno sforzo organizzativo che presuppone motivi di difesa e avvistamento legati alla natura dei rapporti fra Greci e indigeni che, pacifici nel momento iniziale della colonizzazione, maturarono verso lo scontro armato quando i Calcidesi arroccati lungo il litorale minacciarono di soffocare per sempre gli sbocchi a mare delle genti della Campania.

Malgrado la documentata esistenza di un tempio dorico della seconda metà del VI secolo a.C. sulla terrazza del foro triangolare, e altre suggestioni ritenute valide fino a pochi anni fa, Pompei non è una città greca, anche se la cultura greca la condiziona profondamente fin dall'epoca arcaica. Alla luce dei risultati delle ricerche stratigrafiche degli ultimi anni risulta molto più condizionata policamente, nella nascita e nel primo sviluppo, dagli Etruschi che non dai Greci, legata a un "territorio etrusco" con fulcro Capua (Santa Maria Capua Vetere) che comprese gran parte della Campania interna e, tramite la valle del Sarno, la penisola sorrentina con sconcertanti testimonianze a Vico Equense.

Dopo una famosa battaglia navale nelle acque di Cuma fra Cumani Siracusani ed Etruschi nel 474 a.C., verso la fine del V secolo Pompei fa parte di un vasto territorio in mano a genti italiche, scese dalla cavea appenninica che circonda la pianura campana. Verosimilmente è nel periodo italico che si attua il piano regolatore di tipo "ippodameo", che collegando i preesistenti nuclei arcaici con quartieri realizzati con una perfetta geometria di "Insulae" racchiuse la città in una possente cinta muraria. Nel Il secolo a.C. Pompei é nel pieno del suo sviluppo civile, con fori, templi (fra cui il Tempio d'Iside), terme, un teatro, bellissime case patrizie che nei pregi architettonici e decorativi rivelano la piena partecipazione a quel momento qualificante della cultura antica chiamato "ellismo", che dopo la morte di Alessandro Magno coinvolse in una civiltà nuova i paesi prQspicienti il bacino del Mediterraneo.
 

Pianta degli scavi di PompeiDopo le alterne fasi della guerra sociale e un lungo assedio di cui le mura recano eloquenti tracce Pompei diventa colonia romana neII'80 a.C. Inserendosi nel mondo di Roma perde la sua più autentica individualità: cominciando a farsi avanti gli affaristi, i mercanti, gli artigiani, che trasformano rapidamente la città secondo la logica della speculazione, del profitto. Mentre Pozzuoli è porto cosmopolita della capitale, l'antico approdo fluviale alla foce del Sarno riacquista in pieno la funzione di porto mediterraneo a servizio di un vasto retroterra.

La vocazione commerciale di Pompei è come un tripudio che sconvolge ogni precedente assetto architettonico e decorativo, trasforma le abitudini degli abitanti, crea dal nulla imprenditori, profittatori. Uno "spaccato" della città negli ultimi decenni di vita prima dell'eruzione del Vesuvio del 79 d.C. mostrerebbe - in contrasto con l'antica quiete - gente brulicante nelle strade, locande, osterie, postriboli in piena attività, banchi di vendita nel foro, l'anfiteatro gremito di popolo spinto alla rissa dell'irrazionale possionalità per lo sport, i muri colmi di scritte invitanti a votare per questo o quello dappertutto graffiti con nomi, lazzi, messaggi d'amore. L'edilizia, capricciosa, dilagava intanto al di là delle mura, si consolidava verso occidente in squallidi falansteri. La pittura perdeva ogni capacità prospettca, la precedentè arti-colazione in grandi cicli come quello della "Villa dei Misteri", riducendosi spesso a banale e scadente decorazione.

Gli scavi di Pompei ebbero inizio nel 1748. A Napoli il re Carlo Borbone, erede della Collezione Farnese (una grande raccolta di scritture provenienti quasi tutte da Roma), d'intesa con la giovane moglie Maria Amalia Cristina ambiva ad accrescere il suo già cospicuo museo privato. Gli scavi di Ercolano iniziati dieci anni prima mediante pozzi e cunicoli sotterranei erano stati concepiti come una miniera dalla quale emergevano pitture, mosaici, statue in bronzo e marmo, preziosa suppellettile, mentre a Pompei lo scavo si era configurato in maniera del tutto diversa. L'eruzione del 79 non aveva creato un banco di compattezza tufacea, ma strati di cenere e lapiilli che venivano rimossi agevolmente col badile, mettendo in luce imponenti edifici. Scavando a casò nell'area della cosiddetta civita scoprirono sul lato di nord-ovest ville, sepolcri e alcune case in prossimità di una porta all'estremo opposto l'anfiteatro e la "Casa dì Giulia Felice".

Nell'età murattiana Carolina Bonaparte, giovandosi dei suggerimenti di Francesco Mazois e di Francesco La Vega, dette un notevole impulso agli scavi: 700 zappatori furono adibiti a riconoscere entro il perimetro delle mura l'abitato antico. Venne in luce la piazza del "foro civile" con gli edifici pubblici e fino al 1832 si scavarono in ogni direzione strade con ai lati le abitazioni.

Dal 1860 la direzione di Giuseppe Fiorelli segnò l'inizio di una nuova era per gli scavi di Pompei. La ricerca non fu più rivolta a capriccio qua e là, ma condotta casa per casa, quartiere per quartiere senza il falso miraggio del recupero dell'opera d'arte o dell'edificio importante. Per la prima volta si lavorava per restituire al presente nella reale dimensione la vita degli antichi. A Fiorelli si deve, fra l'altro, l'ingegnoso sistema di far rivivere, mediante colate di gesso liquido nei vuoti del banco di cenere, le drammatiche testimonianze della fine degli abitanti, degli animali, oltre ai dettagli suggestivi dei calchi della suppellettile lignea, delle porte, degli alberi. Tale metodo portò, dal 1895, al razionale e suggestivo scavo della "Casa dei Vetti", della "Casa di Lucrezio Frontone", alia smaliziata tecnica che ha determinato in seguito lo scavo di Via dell'Abbondanza, della "Villa dei Misteri", della "Casa del Menandro, della Grande Palestra, dei quartieri meridionali. Nel dopoguerra con i fondi della Cassa per il Mezzogiorno si è liberata dal 1951 verso sud Pompei dai cumuli di età borbonica che ne occludevano la vista al visitatore, sono stati ripresi gli scavi nel quartiere sud-orientale, si è messa in luce un'altra necropoli fuori Porta Nocera, si è costruito l'Auditorium. Negli ultimi anni si è concentrato ogni possibile sforzo sul restauro ma si è anche liberata la cinta muraria da Porta di Sarno fino a Porta di Noia e oltre, verso Porta Vesuvio. Si è dato nuovo impulso alle ricerche stratigrafiche. Si è scavato l'edificio a quattro piani che scavalca le mura a nord di Porta Marina mentre nuove, clamorose scoperte ha riservato lo scavo della "Casa di Giulio Polibio".

Le aree che restano da scavare nelle regioni nord-orientali possono riservare impreviste sorprese, ma ormai il "quadro" della vita di Pompei, grazie anche alle ricerche stratigrafiche, risulta delineato con chiarezza. A parte il clamore di scoperte nuove di pitture, mosaici sculture, di altre vittime ritratte nella smorfia dell'agonia intrappolate in casa o a grappoli nelle strade, il volto vero della città resta quello delineato didatticamente nelle Mostra "Pompei 79", che tanto interesse sta destando in tutto il mondo.


Terme del Foro
L’edificio, situato nei pressi del Foro, fu costruito  dopo l'80 a.C., secondo lo schema delle più grandi Terme Stabiane. Ai lati delle fornaci sono la sezione femminile e maschile, nella sequenza apodyterium (spogliatoio), frigidarium (sala per il bagno freddo), tepidarium (sala tiepida), calidarium (sala calda). Alla palestra porticata s'accedeva dalla via del Foro o dallo spogliatoio della sezione maschile. Il tepidarium non era riscaldato con moderni impianti, ma da un grande braciere bronzeo donato da M. Nigidio Vaccula: telamoni separano le nicchie per accogliere unguenti e oggetti da bagno; stucchi a rilievo (del restauro successivo al 62 d.C.) decorano la volta con partizioni geometriche e figure mitologiche. Le terme pubbliche erano poco costose e molto frequentate: l'ora del bagno sembra fosse al primo pomeriggio.

Il Foro

I calchi

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